Cartellone Teatro alla Scala di Milano 2016/17

Far quadrare il bilancio, in senso artistico, per una istituzione che regola in buona misura l’orologio della Milano musicale è impresa di non poco conto perché i parametri in gioco sono molti. La scelta dei titoli in programma, e parliamo soprattutto della Stagione lirica, deve tener traccia del rispetto dei vari indirizzi culturali senza scontentare nessuno. Poi ci sono problemi di effettiva disponibilità di cantanti atti ad affrontare i diversi ruoli (questione sottolineata dal Direttore principale Riccardo Chailly, cui ha fatto eco il Sovrintendente Pereira), le scelte artistiche personali dei già citati padroni di casa, problemi ineludibili di bilancio, e così via in un sistema di equazioni che rischia di ammettere solamente soluzioni approssimate.

Opere italiane, e già qui bisogna intendersi sulle scelte: predominio verdiano? E dove mettiamo Rossini, Bellini, Donizetti? E Puccini e le nuove edizioni critiche? Un poco di Verismo no? Repertorio tedesco, francese, qualche incursione nei russi, lo scotto da pagare con il teatro contemporaneo. Oddio, avevamo dimenticato il Barocco. Insomma, non vorremmo essere nei panni dell’Organizzazione che deve arrivare al dunque tenendo conto di tutte queste condizioni al contorno e che rischia di giungere a un calendario che verrà sicuramente criticato vuoi per la mancanza di specializzazioni, vuoi per la genericità, l’importazione di produzioni non originali e così via. Insomma il problema è da un certo punto di vista davvero insormontabile, ma vogliamo quest’anno credere di vivere nel migliore dei mondi possibili e accettare il nuovo programma presentato negli scorsi giorni da Pereira e Chailly, dopo la dovuta introduzione del Sindaco Pisapia, come una valida mediazione che cerca di soddisfare tutti i gusti?

Quindici titoli, dei quali nove italiani. E all’interno dei nove troviamo quattro opere verdiane (Don Carlo nella versione in cinque atti, in italiano, con Chung; Falstaff nella produzione di Salisburgo con la regia di Michieletto e la direzione di Mehta; Traviata con Nello Santi, ripresa della regia di Liliana Cavani; Nabucco, ancora con Santi, ripreso nell’allestimento di Daniele Abbado) il Puccini della Butterfly (Chailly, nella prima edizione del 1904 fischiata alla Scala), una inaspettata Gazza ladra di Rossini che non veniva eseguita alla Scala dal 1817 (con la direzione di Chailly e la regia di Salvatores), la donizettiana Anna Bolena diretta da Campanella, l’immancabile Bohéme di Zeffirelli. Il Barocco è rappresentato dal Tamerlano di Haendel in una produzione anch’essa nuova con la regia di David Livermore, la direzione di Diego Fasolis e un cast d.o.c. (Bejun Mehta e Franco Fagioli, Marianne Crebassa, Domingo e la Schiavo) e la presenza della musica contemporanea è assicurata con una nuova opera di Salvatore Sciarrino (Ti vedo, ti sento, mi perdo) in programma a novembre dell’anno prossimo.
Ben cinque sono i titoli di area austro-tedesca (Die Meistersinger con Daniele Gatti prodotta a Zurigo ed esportata già a Salisburgo nel 2013; la ripresa della bellissima regìa di Strehler del Ratto dal serraglio di Mozart, oggi come nel 1965 diretta da Zubin Mehta; Hänsel e Gretel di Humperdinck e Der Freischütz di Weber ambedue in una nuova produzione scaligera; la ripresa del Don Giovanni con la felice regia di Carsen e la direzione di Paavo Järvi).

Nutrito è il cartellone dei concerti sinfonici – attendiamo a breve anche quello della stagione indipendente della Filarmonica – e di quelli di canto. Mancano però del tutto le proposte nel campo della musica pianistica, se si eccettua un isolato recital della Pires dedicato a Mozart e Schubert. Evento di grande richiamo per le ben note vicende che avevano comportato l’allontanamento dalla Scala di Riccardo Muti, è la coppia di concerti che il Maestro dirigerà a capo dell’orchestra di Chicago il 20 e il 21 gennaio del 2017.

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