Salome Jicia – Rossini, La donna del lago, Elena

Buonissima la prima. Il Rossini Opera Festival di Pesaro (semplicemente Rof per i rossinofili di stretta osservanza) ha aperto lunedì con una nuova Donna del lago che entra subito nella lista delle produzioni rossiniane storiche, e anche nelle posizioni di testa della classifica. Data la congiunzione di una compagnia stellare (Juan Diego Florez – o Jdf per gli habitués di cui sopra -, Varduhi Abrahamyan, Michael Spyres), della direzione di Michele Mariotti e della regia di Damiano Michieletto, il successo era prevedibile. Imprevedibili le sue dimensioni, con il pubblico che alla fine è rimasto molti minuti a battere, oltre le mani, anche i piedi. E il pavimento ligneo dell’Adriatic Arena è particolarmente risuonante.Fra i vari pregi, questa produzione ha anche quello di rivelare una nuova cantante. La donna del titolo è una ragazza di trent’anni, finora nota solo agli addetti ai lavori rossiniani e nemmeno a tutti. Si chiama Salome Jicia, è georgiana, soprano, debuttante o quasi, simpaticissima. Parla cinque lingue, compreso un italiano rudimentale ma saporoso. Dice che il suo personaggio si chiama Elèna, eppure in scena i lunghi versi scioglilingua del libretto dell’abate Tottola erano perfetti per dizione e accento. Poi la voce è importante benché non colossale, un leggero vibrato slavo non spiacevole, le agilità fluide, il timbro scuro quello giusto per la parte, la presenza scenica notevole. Insomma, se non è nata una stella poco ci manca.

Intanto, come si pronuncia Jicia?

«Si dice Gichia».

E com’è arrivata dalla Georgia a Pesaro?

«Ho fatto il conservatorio a Tbilisi, prima come pianista. Poi hanno trovato che avevo una bella voce e ho iniziato a studiare canto. La svolta è stata una masterclass con Renata Scotto, a Roma. È lei che mi ha consigliato di cantare Rossini. L’anno scorso ero qui a Pesaro, all’Accademia rossiniana, a cantare la Folleville del Viaggio a Reims. Mariotti mi ha fatto un’audizione, ed eccomi qui».

Quante volte aveva cantato un’opera in scena, prima?

«Tre in tutto».

L’inaugurazione del Rof non è uno scherzo, però lei non sembrava emozionata…

«Lo ero, moltissimo. Ma il nostro lavoro è anche quello di controllare l’emozione».

Lo spettacolo di Michieletto è poetico, ma anche complicatissimo. Sul palco, lei sembrava una veterana.

«Abbiamo provato moltissimo e io sono stata felicissima di lavorare con lui. È Michieletto che mi ha aiutato a capire il personaggio di Elena. Poi, se vogliamo, ha deciso di raccontare la storia dell’opera in un altro modo rispetto a quello cui siamo abituati. Io lo trovo coerente, forte e suggestivo».

Il momento più difficile?

«Stranamente, più i recitativi delle arie. Sono lunghi, difficili e bisogna dare un senso alle parole».

Quando ha capito che era andata, e molto bene?

«Quando sono uscita a prendere gli applausi e ho visto un mare di facce felici. E’ questo che mi piace di voi italiani».

Cosa?

«Che vi fate emozionare dall’arte».

Vive in Italia?

«No, a Tbilisi con mio marito che fa l’attore. Faccio parte della compagnia stabile del teatro di Tbilisi. In Georgia c’è un’antica tradizione d’opera, specie quella italiana. Detto questo, adoro l’Italia».

Dopo la prima è riuscita a dormire?

«No, ero troppo contenta».

A Pesaro è nata una star?

«Ma no! È stata un’occasione magnifica per me e sono grata al maestro Mariotti di avermi dato questa opportunità. Però io continuo a studiare e a cantare».

Appunto: cosa e dove?

«Semiramide a Nancy, La clemenza di Tito a Losanna, la ripresa di questa Donna del lago a Liegi, Così fan tutte al Covent Garden nel 1918».

Non è proprio un’agenda da giovin principiante. Sempre e solo Mozart e Rossini?

«No, anche Verdi e Puccini. Ma non adesso. Fra dieci anni».

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